L’eccessivo consumo di carne, con tutte le sue implicazioni per la salute umana e per quella del pianeta, è un tema ormai da anni, ma sembra che nessuno faccia niente per invertire la rotta.
Tra l’altro il consumo umano di carne sta aggravando il già serissimo problema della resistenza agli antibiotici. Questo perché questi medicinali sono usati in modo spropositato negli allevamenti intensivi (si pensi ai polli) e quindi finiscono nell’alimentazione umana.
Il meccanismo è noto. Colpendo certe popolazioni batteriche, non si fa che “selezionare” indirettamente i ceppi resistenti agli antibiotici, con ciò rendendo inutili, alla lunga, gli antibiotici medesimi.
Questo perché la natura ci è indifferente e perché l’evoluzione funziona con meccanismi che non sempre tornano a nostro vantaggio.
Così può succedere – e succede – che un piccolo ma terribile batterio trovi il modo di sopravvivere aiutato dal fatto che i nostri antibiotici gli eliminano intorno la “concorrenza” degli altri batteri nella lotta per la sopravvivenza.
Che sia così è provato ormai da decine di studi, che tra l’altro sono anche una dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, della validità dell’interpretazione evoluzionistica dei fenomeni biologici.
Negli allevamenti gli antibiotici sono somministrati a pioggia a scopo preventivo, per evitare che tra gli animali si diffondano infezioni e per accelerarne la crescita.
Chiaro che poi questo eccesso di antibiotici passa anche a noi, perché mangiamo la carne degli animali che li hanno presi.
Non pare. Gli allevamenti intensivi sono ancora lì e vengono chiusi solo quando ci sono infezioni incontenibili alle quali fanno seguito forti campagne di pressione degli ambientalisti, come nel caso dell’allevamento di visoni di Scorzè dove si era diffusa una variante del Covid-19 (in quel caso, ovviamente, l’allevamento non era per il consumo umano, ma per le pellicce).
Una buona idea sarebbe quella di vedere quali idee hanno in merito i candidati alle elezioni locali e nazionali e regolarsi di conseguenza quando ci rechiamo al seggio elettorale (perché prima o poi torneremo a farlo, Covid o non Covid).
E poi aderire alle campagne che hanno come scopo di: implementare buone pratiche di allevamento durante la manipolazione degli animali, negli stabilimenti di produzione come durante il trasporto;
migliorare il benessere dei capi durante l’allevamento, per esempio garantendo una buona idratazione e una sufficiente circolazione di aria pulita;
scegliere animali di razze adattate localmente più resistenti alle malattie e allo stress, e così via…